Capitolo Dieci. Leibniz, il filosofo conciliante.
Introduzione. Conciliante nella vita.
La personalit di Leibniz non pu non destare ammirazione. Egli
nacque nel 1646, quando era ancora in corso la Guerra dei
Trent'anni, la prima "guerra civile europea" (1618-1648), che fu
combattuta soprattutto sul suolo tedesco. Il modo di combattere
dell'epoca (il soldato era spesso dedito al saccheggio) era tale
da portare rapidamente al collasso anche la regione pi ricca e
prospera d'Europa. Dalla fragilit economica alle carestie e
infine alle epidemie il passo era poi breve, come ricorda il
Manzoni nel romanzo I Promessi sposi, ambientato proprio in quel
periodo. Per quanto riguarda la Germania, alla fine della guerra
la situazione era talmente tragica che i lupi per la fame
entravano anche nelle citt, che erano piene di mendicanti, mentre
nelle campagne era in atto un processo di rifeudalizzazione.
All'aumento dello sfruttamento i contadini rispondevano spesso con
rivolte, tutte regolarmente represse nel sangue.
In questa Germania impoverita e provincializzata, che nella sua
classe dirigente sembrava preoccuparsi soprattutto di imitare il
modello francese, nacque Gottfried Wilhelm Leibniz, un uomo capace
di interessarsi di politica, di religione, di scienze, di
matematica, di logica, di linguistica, di storia, di attivit
diplomatica e di altro ancora e sempre ad altissimo livello: una
mente universale come poche altre nella storia. E nessun paese
d'Europa poteva vantare in quegli anni un uomo cos europeo come
lui.
In campo filosofico egli mise in evidenza una non comune capacit
di impostare un dialogo fruttuoso con tutte le pi importanti
correnti di pensiero, da quelle antiche e medioevali, a quelle
rinascimentali e moderne. La sua ricerca era guidata non solo da
una grande curiosit intellettuale, ma anche dalla convinzione che
fosse possibile trovare idee fruttuose e valide in tutte le
filosofie. A proposito della filosofia medievale egli cos si
esprime: Noi moderni non rendiamo abbastanza giustizia a San
Tommaso e ad altri grandi uomini di quel tempo e le opinioni dei
filosofi e degli scolastici hanno una solidit ben maggiore di
quanto ci si immagina: purch uno se ne serva a proposito e nei
modi opportuni; e aggiunge che se qualcuno si occupasse
seriamente dei filosofi antichi troverebbe un tesoro di verit
importantissime e perfettamente dimostrative (Discorso di
Metafisica. capitolo undicesimo).
Bisognava dunque riconsiderare gli antichi alla luce dei moderni,
ma almeno in parte ci che gli antichi e i medievali avevano
pensato rimaneva un patrimonio di cui la filosofia non poteva fare
a meno. Leibniz era convinto che vi sono temi e riflessioni che
valgono per tutti i tempi. E' sua l'espressione philosophia
perennis per indicare il pensiero antico e medioevale, in
particolare la metafisica. Infine era sua convinzione che la
verit non fosse patrimonio di una parte, ma fosse presente nei
tanti modi di dispiegarsi delle potenzialit dello spirito.
Per motivi contingenti, legati soprattutto ai suoi impegni
politici, egli ebbe occasione di visitare molti paesi del vecchio
continente - fra cui l'Italia - e sfrutt sempre queste occasioni
per incontrarsi con gli intellettuali pi prestigiosi dell'epoca.
A Parigi Leibniz prese contatto con coloro che avevano collaborato
al circolo di Mersenne, come Roberval e Huygens, o con
rappresentanti di Port Royal, come Nicole e Antoine Arnauld, o con
filosofi cartesiani, come Malebranche; lesse anche le opere
scientifiche di Pascal. Il filosofo tedesco si rec poi a Londra,
dove ebbe occasione di conoscere Newton, e all'Aia, dove incontr
Spinoza di cui lesse l' Etica. Con molti altri, fra cui Locke,
Leibniz mantenne un continuo scambio epistolare.
Egli fu mosso per tutta la vita da due grandi ideali. Il primo, in
comune con Descartes, Spinoza e altri intellettuali dell'epoca,
era quello della mathesis universalis. Leibniz lo intendeva
soprattutto come un metodo che fosse anche espressione e progetto
di una armonia universale per superare i contrasti e le divisioni
e conseguire la pace. A questo proposito egli elabor un' ars
combinatoria, per applicare il procedimento deduttivo - proprio
della matematica - alla conoscenza in generale. Il secondo ideale
consisteva nella speranza che questo obiettivo potesse essere
perseguito senza pretese deterministiche e senza imposizioni. Da
questi ideali fu influenzata profondamente la sua attivit sia in
campo politico che in quello filosofico.
L'azione politica di Leibniz, pur essendo quasi sempre
condizionata dagli incarichi a lui affidati dai prncipi tedeschi
di cui si era messo al servizio, e, quindi, per molti aspetti
frammentaria ed occasionale, mise ugualmente in evidenza il suo
desiderio profondo di un ordine universale, di un'organizzazione
politica che rispecchiasse gli ideali di civilt e di progresso,
di un'armonia in cui i differenti punti di vista fossero
rispettati e nello stesso tempo trovassero una conciliazione. Per
questo egli individu in Luigi quattordicesimo il nemico dei suoi
ideali e cerc di opporsi all'aggressivit del re Sole fin
dall'inizio della sua attivit politica. E siccome non poteva
impedirla, cerc di orientarla verso obiettivi extraeuropei
(conquista di Malta e dell'Egitto). Ma la sua missione diplomatica
fall e l'Olanda fu invasa dai Francesi. Quando poi si rese conto
che anche la sua Germania era in pericolo, perch il re di Francia
stava preparando la guerra contro il Palatinato, Leibniz pubblic
un violento pamphlet contro Luigi quattordicesimo dal titolo:
Marte cristianissimo o apologia delle armi del re molto cristiano
contro i cristiani (1683). Alla fine, dopo tante guerre, le
pretese egemoniche del re di Francia furono ridimensionate e
rinacque la speranza che finalmente l'Europa potesse vivere un
lungo periodo di pace. Leibniz fu considerato uno degli artefici
di questo successo politico ed ebbe numerosi riconoscimenti
ufficiali.
Il filosofo tedesco prese contatti con Pietro il Grande di Russia,
che stava allora aprendo il suo grande paese all'Europa e i suoi
consigli furono cos apprezzati dallo zar, che lo nomin suo
consigliere segreto; in quella veste il filosofo tedesco si
adoper per la riconciliazione della Chiesa greca con quella
latina. Leibniz fu inoltre consigliere di Federico I di Prussia e
della corte di Vienna; riusc perfino ad instaurare contatti con
la Cina. In ogni sua attivit, da quella diplomatica a quella pi
strettamente filosofica, egli dimostr sempre di ricercare
soprattutto armonia, ordine, conciliazione fra le parti.
Il suo desiderio pi grande fu forse quello di far rivivere
l'ideale erasmiano: riportare la pace e l'armonia fra le
confessioni cristiane. Abbiamo gi avuto occasione di notare
nell'inglese Locke ed in altri quanto l'opera di demonizzazione
del cattolicesimo attuata in territorio protestante fosse stata
profonda. E i cattolici non erano stati da meno. Ebbene il
luterano Leibniz volle cimentarsi nel tentativo davvero difficile,
dopo tante polemiche e tanto sangue versato, di riconciliare i
cristiani. E' pur vero che fu spinto a muoversi in questa
direzione anche dai suoi protettori, i duchi di Hannover, che
erano cattolici e governavano un territorio a maggioranza
protestante. Ma ci non toglie che la riappacificazione fra i
cristiani fu un grande ideale della sua vita e che in questa
attivit egli diede un contributo originale, come si pu notare
dal carteggio con il vescovo francese Bossuet.
Leibniz, protestante, ebbe notevoli riconoscimenti in ambito
cattolico. Egli venne in Italia ed ebbe contatti con le pi alte
cariche della Curia papale. La sua idea partiva dal presupposto
che esistesse una sapienza originaria, latente nello spirito
dell'uomo e che la ragione, attuando il giusto metodo, sarebbe
stata in grado di portarla alla luce. Su questa base era possibile
la concordia omnium. Cos Leibniz si mise a studiare i documenti
del Concilio di Trento ritenendo che fosse possibile
un'interpretazione degli stessi accettabile anche per i
protestanti. Ma dovette ammettere che su alcuni punti, proprio
quelli su cui i protestanti erano stati pi innovativi, questa
concordanza non era possibile. Poi erano emersi ostacoli di altro
tipo, prevalentemente politici: molti prncipi tedeschi non
vedevano affatto di buon occhio questa riappacificazione. Alla
fine il suo progetto fall e non poteva essere altrimenti; ma che
il suo tentativo fosse stato portato avanti con vero spirito di
conciliazione lo dimostra il fatto che la Curia romana sembra sia
arrivata a dimostrargli il suo apprezzamento fino ad offrirgli la
porpora cardinalizia.
Man mano che il suo tentativo di riconciliazione fra le Chiese
falliva, Leibniz si orient verso il progetto di un'unit europea
dei dotti, verso la realizzazione di una Res Publica litterata.
Egli si immaginava questa comunit non come una casta chiusa o una
setta, ma dinamicamente unita nell'incessante ricerca delle verit
nella natura, concorde nell'applicazione del metodo e aperta a
qualsiasi contributo. Questo tentativo pu sembrare come una fuga
dalla concretezza della politica all'astrazione della cultura. Ma
per Leibniz l'armonia nel mondo dei dotti sarebbe dovuta diventare
a sua volta l'esempio della vera solidariet cristiana, una realt
concreta, visibile, a cui il resto della societ europea avrebbe
potuto ispirarsi per riprendere la strada verso l'unit perduta.
In questo contesto egli si impegn - con ottimi risultati - nella
diffusione di accademie scientifiche in tutta Europa.
Questo suo ideale aiuta a comprendere come Leibniz visse la
polemica con Newton sulla questione del calcolo infinitesimale.
Egli vi si trov coinvolto suo malgrado per il fatto che pubblic
la sua scoperta senza sapere che Newton lo aveva preceduto. Cos
dovette subire una serie di accuse e calunnie da parte dello
scienziato inglese e di alcuni suoi discepoli. Alla fine
l'illustre Royal Society, di cui era membro onorario, si espresse
ufficialmente contro di lui, avvalorando nei suoi confronti anche
il sospetto di plagio. Egli ne rimase amareggiato sia perch le
accuse erano ingiuste, sia perch le sue disavventure dimostravano
quanto fosse precaria l'armonia anche nel mondo scientifico:
constat cos sulla sua pelle che anche il suo ideale di una Res
Publica litterata era difficile da realizzare.
Gli ultimi anni di vita furono segnati da grandi amarezze. Il
principe di Hannover, al cui servizio Leibniz si era posto in
quegli anni, lo abbandon agli attacchi di Newton e del suo gruppo
e quando sal al trono d'Inghilterra come Giorgio primo, non solo
non lo volle con s, ma lo licenzi. L'Accademia Scientifica di
Berlino, da lui fondata, non lo invit neppure ai festeggiamenti
per il decennale della sua fondazione. Era successo quello che
capita spesso a chi cerca di instaurare buoni rapporti con tutti.
I sospetti e le gelosie si incrociavano e si moltiplicavano contro
di lui. Alla fine divent inviso un po' a tutti. E la sorte che fu
riservata a questo uomo straordinario fu che mor dimenticato
(1716) e per lungo tempo si ignor perfino dove fosse stato
sepolto. La sua tomba fu ritrovata dopo duecento anni; essa aveva
la semplice scritta: Ossa Leibnitii.
La sorte riservata a Leibniz, a questa autentica gloria della
storia della filosofia, rimane per noi come un insegnamento non
meno importante del contributo che la sua mente straordinaria ha
saputo dare in tanti campi del sapere. Si tratta di una lezione
che la dice lunga sulla natura umana: una lezione amara, ma
preziosa.


G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/6. Capitolo
Dieci. Introduzione.
Conciliante nella filosofia.
Per quanto riguarda la filosofia, le riflessioni di Leibniz si
incentrano prima di tutto sulla crisi della metafisica, in
particolare del concetto di sostanza e di causa finale. Egli era
convinto che entrambi questi elementi fondamentali della filosofia
antica non potessero essere messi da parte senza un grave danno
per la filosofia stessa, rendendola incapace di comprendere la
realt.
Leibniz osservava che senza la causa finale non si pu spiegare il
comportamento di Socrate in prigione, quando potendo fuggire
scelse di non farlo, come non si pu spiegare il perch di una
guerra e di una vittoria nel campo militare, come non si possono
spiegare i vari organi del nostro corpo ed il meraviglioso
rapporto fra di loro. Inoltre, se si rifiuta la causa finale,
viene perduta la possibilit di comprendere la sapienza di Dio
nella creazione, come se Dio non si proponesse alcun fine, n
bene quando agisce, come se il bene non fosse l'oggetto della sua
volont. La concezione meccanicistica  dunque valida e
importante, ma parziale. Solo la concezione finalistica  in grado
di offrire una comprensione generale, ampia, totale dei fenomeni.
Quindi non bisogna eliminare la causa efficiente come faceva
Platone, n la causa finale come fanno i moderni: la combinazione
di entrambe  la via per la vera conoscenza.
Della scolastica Leibniz conobbe soprattutto Scoto e Ockham. Dal
primo egli trasse e svilupp l'idea dell' haecceitas, ossia della
forma individuale di ogni sostanza e quindi dell'irripetibilit
degli individui. Questo principio scotista gli sugger l'idea
dell'identit degli indiscernibili, e quindi della diversit delle
monadi fra di loro e della inevitabilit di un ordo entis.
E' noto che Leibniz incontr Spinoza all'Aia ed ebbe l'occasione
di leggere l' Etica. Probabilmente in quell'occasione egli si rese
conto pienamente delle conseguenze totalmente deterministiche a
cui il tentativo di realizzare l'ideale della mathesis universalis
sulla base della concezione cartesiana della sostanza sarebbe
andato incontro se fosse stato portato alle estreme conseguenze.
Egli volle incamminarsi per la difficile strada di elaborare una
metafisica in cui da una parte fosse utilizzato un metodo rigoroso
e fossero accolti i grandi risultati della fisica moderna; e
dall'altra tutto ci si armonizzasse con la difesa del campo del
possibile (e quindi della libert) dalle pretese totalizzanti e
deterministiche del metodo logico-scientifico, e fosse cos
salvaguardata l'unicit degli individui.
Leibniz elabor una nuova concezione della sostanza, insieme
antica (egli utilizz il concetto aristotelico dell' entelechia e
lo ripropose nella dottrina delle monadi) e modernissima,
incentrata sul nuovo concetto di forza attiva (diversa dalla
dynamis di Aristotele, che era solo potenza di subire) e sulle
monadi, intese come centri di forza, tutte diverse fra di loro e
strutturate in un preciso ordo entis, protagoniste di una nuova
concezione della realt, totalmente dinamica, in cui ci fosse
spazio sia per l'individuo che per la libert.
Leibniz affermava che i filosofi antichi non sono cos lontani
dalla verit e cos ridicoli come il volgo degli innovatori si
immagina. Secondo lui la sostanza pu definirsi come un soggetto
a cui sono collegati una molteplicit di predicati. Il rapporto
fra il soggetto ed i suoi predicati pu essere analitico quando i
predicati sono contenuti necessariamente nel soggetto; ci si
verifica quando si rimane sul piano della logica. Esso  invece di
tipo virtuale quando il predicato appartiene alle possibilit del
soggetto; e ci si verifica quando si passa dal piano della logica
a quello della realt empirica, della vita umana, della storia
(questa distinzione sar poi ripresa da Kant). La categoria delle
possibilit, di tutte le possibilit che sono virtualmente
collegate al soggetto, rimane per l'uomo un traguardo
irraggiungibile. La comprensione razionale di tutto ci che
avviene  una prerogativa della divinit.
Percorrendo la difficile strada, che da una parte si propone di
rispettare le prerogative della ragione e dall'altra di tutelare i
diritti della persona, in quanto essere spirituale, libero ed
unico, Leibniz arriv a distinguere tra verit di ragione, cio le
affermazioni fatte sulla base delle scienze esatte, i risultati
raggiunti con il metodo logico-matematico, che non prevede
eccezioni al determinismo, e verit di fatto, riguardanti l'ambito
dell'esperienza sensibile, in cui sono possibili spazi di libert.
Se il campo delle verit di ragione rimaneva dominato dal
principio aristotelico di non contraddizione e dal procedimento
deduttivo e le regole della ragione dovevano ritenersi di per s
necessitanti, l'ambito delle verit di fatto doveva invece
rispondere al principio leibniziano di ragion sufficiente, in
quanto esso sottostava alla categoria della possibilit, delle
regole non necessitanti, quindi della libert a priori e della
comprensione razionale della necessit solo a posteriori. Fra il
determinismo della natura ed il finalismo della libert, Leibniz
inseriva poi l'azione provvidenziale di Dio, che riusciva ad
armonizzare l'ordine (la razionalit, le verit di ragione) con la
libert e la sfera del possibile.
Conclusione.
Per Leibniz il problema Dio deve essere sempre al centro della
riflessione del filosofo, che  diversa da quella dello
scienziato, per il fatto che egli cerca i princpi universali, le
cause ultime, una spiegazione globale dei fenomeni; ed  in questa
esigenza specifica del filosofo che emerge la necessit di
ricercare la causa prima ed il fine ultimo, cio di entrare in
quel campo difficile ma fondamentale che  la teologia razionale.
D'altra parte ci non toglie che se l'orientamento dei moderni
verso il rifiuto della metafisica era da considerarsi un errore,
il procedimento inverso, cio la fiducia di poter dare una
spiegazione dei fenomeni particolari partendo dalle forme
sostanziali e dalla causa finale, che era proprio degli antichi,
fosse per Leibniz ugualmente errato. Bisognava dunque tener
distinti i campi della scienza - che si interessa del particolare
ed utilizza solo la causa efficiente - da quelli della filosofia -
che invece si interessa dell'universale e cerca le cause finali -.
Leibniz mise in evidenza l'irrinunciabilit della ricerca delle
cause finali nella riflessione dei filosofi. Da questa premessa
derivava come conseguenza sul piano teoretico la necessit della
metafisica e della teologia razionale, e sul piano pratico quella
di dare una direzione al proprio agire, di comprenderne il senso e
quindi di assumersene la responsabilit.
